13.

Più o meno un mese fa trovai un bando per partecipare a un laboratorio di scrittura creativa. Scadeva il giorno stesso ed erano già le cinque di pomeriggio passate. Per fare domanda dovevo inviare un elaborato in cui spiegavo brevemente perché amo scrivere, ma, non so perché, finii col raccontare che da piccola non volevo mai lavarmi. 

PERCHÉ AMO SCRIVERE
di Stefania Iemmi

Quando ero bambina la nostra lavatrice aveva tredici programmi di lavaggio, di cui dodici messi a punto dalla casa produttrice e uno completamente ideato da mia madre. Il lavaggio numero tredici era stato aggiunto a penna su un foglietto appiccicato con lo scotch e così tuonava:

13. LAVAGGIO BAMBINI CON CENTRIFUGA.

La ragione di questo provvedimento consisteva nel fatto che, il mio credo di orgoglioso membro della tribù indiana dei Piedi Neri mal sopportava la pratica dell’uomo bianco di lavarsi quotidianamente. Quando il momento della doccia arrivava, semplicemente impazzivo e iniziavo ad urlare come un’ossessa, non appena una goccia d’acqua si posava sulla mia testa.
Così mia madre pensò bene di inventarsi lo spauracchio del lavaggio bambini con centrifuga per convincermi che, tutto sommato, una doccia ogni tanto non era poi la cosa peggiore che potesse capitarmi. Io però, non sapevo bene cosa fosse la centrifuga. Che cosa sarebbe realmente successo se mi avesse messa in lavatrice? Sarei morta? Ma và. E poi, ci entravo tutta intera nella lavatrice? Sarebbe stato come in giostra? Sarei finita in qualche mondo fantastico?

Mi sedevo per terra, gambe incrociate, davanti a quell’oblò e in testa mi frullava di tutto, mentre sillabavo, con una capacità di lettura ancora traballante, quel lavaggio bambini, scritto su quel biglietto così bene da mia madre, che aveva la calligrafia più bella che avessi mai visto.

Mi piace scrivere perché è l’impresa impossibile, di allineare parole così ben fatte come quelle che uscivano dalla penna di mia madre, di partire per un lungo viaggio e di saper tornare a casa. Perché è truffa e favola insieme. È paura vera del tutto, che può accadere e cambiarti per sempre ed è gioia nel poterlo raccontare a qualcuno nell’unico modo che è mio.

Mi piace scrivere perché è la vita. Scrivere è il mio lavaggio bambini con centrifuga e senza questo, io non sarei ciò che sono oggi, piedi puliti compresi.

Hanno detto “Ok”.

Blu

La settimana scorsa è uscita una storia che ho scritto su questo sito, che si chiama "Abbiamo le prove" e dove trovate tante altre bellissime donne che si raccontano.

Blu

Le pareti della camera da letto dei miei genitori nella nostra prima casa erano blu. Blu, come sarebbe blu questa vasca piena d’acqua, la piscina in cui vengo a morire due-tre volte a settimana, se ci venissi di notte.
Il corpo muore, il rumore muore. Il bruciore. E rimango soltanto un fiato.

Quando raggiunsi l’età in cui puoi essere lasciata a casa da sola senza essere per forza parcheggiata dai nonni, i pomeriggi d’estate erano l’ideale per esplorare ogni stanza della casa, grazie alla luce che la inondava e che spazzava via gli spettri che pensavo mi aspettassero dietro ogni porta, sotto ogni letto. Così ci entravo, in silenzio. Un po’ come quando entravo in chiesa che mi avevano insegnato che bisognava stare zitti e guardare insù. Di guardare insù in realtà non me l’aveva detto nessuno, ma lo facevano tutti, per cui guardavo insù pure io. Mi veniva incontro lo stesso freddo, i peli delle cosce mi si drizzavano messi sull’attenti da un brivido che veniva dal pavimento di marmo striato di rosa, attraverso i miei piedi nudi, due ostie striate di blu.

Solo fiato. Ci sono due cose che mi ricordano che sono solo fiato. Nuotare e scopare. E un po’ quella camera da letto blu, quando ancora non immaginavo che a respirare te lo potessero insegnare e che fosse una cosa che puoi dimenticare così facilmente, che un giorno ti verrà da piangere pensandoci.

Respira. Entra. Di fronte a te la porta finestra e le persiane accostate, di fianco la sedia a dondolo. È tutto ok. Ruota la testa a destra. Respira. Hai sentito un rumore, è normale. Mamma dice che il legno dei mobili scricchiola a volte. A destra c’è il cassettone con dentro i suoi gioielli, che al lavoro non se li mette perché si rovinano con gli acidi; l’orologio a cipolla del papà, che addosso non gliel’hai mai visto, e che ogni volta pensi sia quello del nonno, come se al mondo potesse esistere un solo orologio a cipolla ed è a tuo nonno che appartiene; la spilletta rossa dentro una scatolina, quella con scritto sopra PCI.

- PCI vuol dire che tuo papà è comunista, me l’ha detto mio papà. Co-mu-ni-sta! Co-mu-ni-sta!

Eh. E quindi? C’è da ridere?

A destra, nessuno spettro dietro la porta. Che non è che ti sei girata a guardarci, ma se ci fosse stato ti avrebbe già presa.

Sei arrivata al centro della stanza, e le tende della finestra semichiusa ti soffiano addosso. Adesso ruota la testa a sinistra, così, come hai fatto prima dall’altra parte. Respira. A sinistra c’è il letto, che è dorato. Guarda per terra, ci sarà qualcosa sotto il letto? Stupida che sei stata ad entrare senza scarpe. Ora, se c’è un serpente ti ficcherà i denti nelle caviglie, come ti hanno spiegato in montagna, quel giorno in cui una vipera ti ha attraversato il sentiero senza degnarti di uno sguardo, che si vede andava di fretta. Tua madre ha urlato e la guida ha iniziato un sermone che non finiva più. Esci subito da questo guaio e salta sul letto, le vipere non vanno all’insù che le gambe del letto sono scivolose, poi tanto prima di uscire lisci per bene le lenzuola e nessuno si accorgerà di niente.

Così aprivo le braccia come un piccolo Cristo in croce occhialuto, appoggiavo prima una guancia e poi l’altra a quel cotone bianco che per pochi secondi riusciva ad essere la cosa più fresca che avessi mai sentito e stavo lì, abbronzata e sporca – che a volte la differenza tra le due cose era davvero difficile da percepire – a guardare insù, verso la madonna che pendeva sopra il letto, morto a galla in un mare di latte.

Respira sempre, con costanza e regolarità. Non respirare sempre e solo da una parte perché è più comodo. Non prendere troppa aria e non prenderne troppo poca. Non badare ai rumori che il tuo orecchio sente quando giri la testa di lato, non esistono, loro sono fuori, tu sei dentro.

Sul comodino di mio padre c’era un libro di cui leggevo ogni volta il titolo, meccanicamente, senza mai aprirlo, senza capire che cosa diavolo stessi dicendo, ma sillabando e respirando dove ci andava la pausa, come la maestra Antonia ci insegnava a scuola. “Da Gramsci a Berlinguer” c’era scritto. Quella successione di lettere “msc” mi dava un po’ da fare ogni volta, in effetti. Quella “er” finale invece mi faceva risuonare subito dentro le orecchie la erre di mio padre, tipica delle nostre zone.

Quel libro rosso c’è rimasto per un bel po’, e sopra c’era una foto in bianco e nero di Gramsci, che guardava la Madonna sopra il letto anche lui. Non credo che mio padre avesse molto tempo per leggere, forse faceva anche un po’ fatica.

- Ber – lin – guer – . E lo vedevo seduto al bar nei suoi pantaloni da lavoro, parlare con quella sua voce che gli scappava fuori sempre troppo alta, senza volerlo, che non c’era niente da fare, che se soffi bene dentro un trombone esce quella roba lì, cosa ti aspetti? Escono le mani e le gambe che si muovono tutte insieme, escono gli occhi lucidi e i bicchieri di lambrusco. Se vuoi parlare sottovoce allora vai in chiesa e non rompere i coglioni.

Mio padre al bar ci andava spesso. Così, anche mio nonno. In settimana dopo il lavoro e coi pantaloni blu della fabbrica, prima di rientrare per cena; nei giorni di festa, col cappotto e il Borsalino.

Al bar giocavano a carte, a briscola per lo più, e chiacchieravano. Capitava che da bambina io passassi insieme alla mamma per dirgli ciao. Un giro intorno al tavolo e un paio di timidi sorrisi a questo e a quello che mi chiamavano per nome, ma che non avevo idea di chi fossero, poi via di volata che lì dentro era pieno di fumo e non era certo il posto adatto per una bambina.

Li sentivo parlare di politica. Mio padre ha sempre parlato e sempre parlerà di politica. Le sue chiacchiere da bar non erano quelle che fanno oggi, ovunque tranne che al bar, erano i discorsi belli, magari mezzi in dialetto e mezzi urlati da un lato all’altro della piazza, che, sì, vorresti stare lì a parlare ancora, ma devi andare che è quasi buio e tua moglie avrà già apparecchiato la tavola. Allora vai a casa e li finisci davanti al Tg3.

Respira.

Quando lui ti guardava male perché volevi girare canale sui cartoni animati, magari mentre Occhetto parlava, non respiravi mica tanto bene. Quando poi si è dimesso ed eravate in vacanza sul Gargano, e invece di andare alla spiaggia eravate a casa, tu seduta per terra, lui con gli occhi lucidi davanti alla televisione e tua madre lì di fianco, respiravi, là.

Quando la domenica lui indossava i pantaloni buoni, il cappotto e il Borsalino e la gente che lo incontrava diceva – buongiorno, segretario –  e lui sorrideva, che a volte te lo dimenticavi che avesse anche i denti, respiravi?

Quando ha alzato gli occhi serio, seduto là in fondo al tavolo della sala da pranzo e ti ha chiesto se potevi aiutarlo a scrivere la sua lettera di dimissioni, tu facevi le medie e già non ci andavi d’accordo che Dio santo tiravi i pugni al suo cuscino su quel letto sotto la madonna, lì hai respirato bene?

Respira ancora e non fermarti fino a quando senti che proprio non ne hai più. E, tra queste quattro pareti d’acqua, continua a fare avanti e indietro, così come le parole belle facevano la spola tra il cervello e il culo, finché non imparavi a digerirle.
Fuori da qui ci sono le urla insensate di quelli che non stanno bene con il cappello in testa nei giorni di festa, che non avevano un libro di Berlinguer sul comodino, ma tu rimani qui e perditi nel blu, che è il blu dei padri nostri che stanno in terra.

Di quando per non scrivere a te, ho scritto una lettera d’amore a Piero Ciampi.

Io di Piero Ciampi non mi sono mai interessata tanto. Di lui e di un sacco di altre cose, che non si è capito se le conoscete davvero, se ve le hanno dette e le avete comprese, tutte, in parte, per niente. Se avete deciso che andavano amate o stabilito che si dovesse semplicemente sapere che le amate, poi da qui a là, come si dice da queste parti, ce ne passa dell’aria. Dell’aria. Ne passa. Continuamente.

Poi un pomeriggio che ero sola in casa e al mondo, faceva caldo mi mancavi e non osavo muovermi. Pensavo a mio nonno, che se ne andava tutti i giorni su per quella salita che, da quelle quattro case che chiamavamo paese, passava prima davanti alla chiesa e all’unica bottega che c’era e portava in riva al Po. Sempre con il cappello in testa, anche d’estate. Mio nonno era la persona che portasse meglio il cappello, dopo Belmondo. Finché quel cappello non spariva come un uccello tra i pioppi, lo guardavo salire a piedi, seduta sulla panchina sporca della bottega che non aveva nome, era solo “dalla Paola”. Io la salita la facevo in bici, ma soltanto per poi scenderla fortissimo e prendere tutta quell’aria in faccia.

Così, quel giorno in cui Milano vomitava lava incandescente e io non mi muovevo, l’ho detto:

la tua assenza è un assedio ma ti chiedo una tregua. 

E poi l’ho visto veramente, l’assedio. La carne. La sporcizia. Gli sciacalli. Le macerie. I nervi scoperti. La terra sotto le unghie. Il sudore. Gli occhi dappertutto, facce neanche una. Le vene vuote. Il silenzio. E l’aria che manca, ma le porte cigolano, le imposte sbattono, la polvere si alza e ti arriva in gola e allora dove cazzo sta quest’aria.

Che cosa c’è che non va mai bene nell’adesso? Perfino questo fiume putrefatto lo sa che non ha nient’altro. Anche mio nonno lo sapeva e per questo non si perdeva un solo giorno di quella melma, che era la roba sua. Col suo cappello e la testa sudata sotto.

Io la tua melma me la mangio. Che è soltanto dell’assedio che ho paura.

Continuo a non sapere nulla di Piero Ciampi e a fregarmene di saperne qualcosa, perché da quel giorno lo amo come quell’uomo che mi ha preso in spalla e mi ha portato a vedere il Po per la prima volta.

Apí̱chi̱si̱ (Risonanza)

image

Arriviamo un po’ trafelate in sala d’attesa, perché ci eravamo sedute ad aspettare nel posto sbagliato e adesso siamo in ritardo. Io avevo cominciato a farti una testa così con gli ultimi avvenimenti, non la finivo più di parlare e tu ascoltavi come fai sempre, placida e sorridente ma con quel pizzico di serietà concentrata negli occhi e l’orecchio leggermente inclinato verso di me, come se il tuo orecchino fosse rimasto impigliato, o fosse l’esca di una lenza che tira verso il basso. Questo perché sei sorda e le mie parole sono come pesci impazziti che sguillano via di continuo e prenderli, signora mia, non è facile. Io dal canto mio sono così stronza e insofferente che m’innervosisco quando non senti, tanto che tu, a volte, fai sì con la testa lo stesso, ma ti viene quel dubbio lì in mezzo agli occhi, incastrato tra i due emisferi del cervello. E a me cade tutto, mi sento presa all’amo, ho un’esca luccicante incastrata tra le costole. Così la smetto e ti chiedo “hai capito?” e tu dici un no, dolce ma secco, lo accompagni con la testa da sinistra a destra, come si doveva fare con le macchine da scrivere una volta, per andare a capo. Dlin! Ci siamo, daccapo.

Di tempo ne passa ancora anche in quest’altra sala. La dottoressa si affaccia da una porta blu e mi chiama. Bene, tocca a me, dai che non ne posso più di stare qui. Ma non tocca a me, mi prende dalle mani le carte dell’accettazione e mi dice che sono in ritardo con le visite di almeno un’ora. “Intanto però la chiamo dentro per intervistarla”. Ah. Ok.

“Porta un pace-maker cardiaco?”
No, ma un peace-maker, dio sarebbe bellissimo averne uno lì dentro. Anzi guardi, facciamo due, uno nel cuore e uno nel cervello.

“È portatrice di schegge o frammenti metallici?”
A parte quell’amo lì che mi si è conficcato tra le costole dieci minuti fa? No.

“Ha subito interventi chirurgici?”
“Protesi dentarie?”
“Protesi del cristallino?”
“Protesi metalliche?”
“È incinta?”
“È portatrice di pompe di infusione farmaci?”

Capisco solo che mi ha chiesto se sono incinta.

“Sicura di non essere incinta?”
Non vuole chiedermi ancora quella cosa delle pompe di infusione di farmaci?

Vengo risputata fuori dalla porta blu. Tu sei sempre seduta lì, composta. Fuori diluvia e io penso che vorrei essere in acqua per non sentire l’hangover pesarmi sugli occhi. “Se sono ubriaca dalla sera prima non me l’ha chiesto”.

Siamo lì e non possiamo più parlare tanto. Seduto di fianco a te c’è un tizio che non riesce a usare l’iphone di suo figlio, che suona ogni due secondi e lui non sa né spegnerlo, né togliere la suoneria. Di fronte, una suora vecchia e obesa, con gli occhi piccoli. Legge Panorama. È accompagnata da una milf che sembra non sapersi regolare con l’assunzione di strass e lacca per capelli, e si rivolge a lei chiamandola “suora”. Parlano male delle rumene. Penso che se è già d’accordo con Gesù, che ci andrà lui ad alzarle il culo dal letto quando sarà ancora più grosso di quanto non lo sia ora, allora cinque alto per te, suora. Vorrei alzarmi e urlarle in faccia come in quel video di Aphex Twin, ma tu non approveresti mica tanto, che non mi hai certo tirata su in quel modo. Sento i trapani dei muratori fin dentro al cervello. Ti chiedo dove siano a lavorare, che dalla finestra non li vedo. Rispondi che non li senti. Io torno la stronza insofferente che probabilmente ti fa un pochino rimpiangere di non avermi lasciata, appena nata, in una cesta davanti a una chiesa, piena di suore obese che parlano male delle rumene.

Quando arriva finalmente il mio turno è passata davvero un’ora. Un’ora di violenza fatta di andirivieni di punte di trapano tra l’esterno e l’interno della mia scatola cranica, di infermiere tutte quante sovrappeso, tutte. Che rispondono con sufficienza agli astanti, che si lamentano del loro lavoro a voce altra senza curarsi dei malati che possono sentirli, che ti guardano come se non sapessero leggere, quando consegni loro le carte del medico. Di malati. Loro. 

Penso a chi ogni santo giorno deve affrontare tanto strazio.
Penso a quelli che fumano appena fuori dalle porte automatiche che non smettono di fare clap clap alle loro spalle, perché non sono riusciti a fare nemmeno quel passo in più per allontanarsi abbastanza dalla fotocellula, dai loro cari che stanno dentro. 

Ci si abitua a tutto.

Dunque, tocca a me. Entro e la dottoressa mi fa spogliare e mettere uno di quei camici che dietro lasciano intravedere il sedere e che ho sempre visto solo nei film, quando deve scattare per forza la gag “vecchio che scappa dall’ospedale col culo di fuori”.

Mi fa sdraiare, mi sistema il ginocchio che deve essere esaminato, mi copre con un panno “perché poi ti verrà freddo”, mi dice di trovare una posizione comoda “perché dopo non potrai muovere nemmeno le dita dei piedi, mi raccomando”. Mi consegna dei tappi per le orecchie e una specie di pompetta che somiglia tanto a quelle di una volta per spruzzare il profumo, dice che è un campanello e che, se sento qualcosa, non devo resistere ma schiacciarlo e lei parlerà con me. Allora vedo il mio petto che già si alza e si abbassa più velocemente e sputa fuori un “Cioè? Che cosa dovrei sentire?”.
“Chi lo sa? Ognuno può sentire cose diverse”. Ah.
“Scusi, ma quanto dura l’esame?”
“Venti – Venticinque minuti.”

Esce e mi lascia lì. Vengo risucchiata nella macchina fino al collo e lei comincia. Che cosa, di preciso, non lo so. 
Capisco subito che non ci sono lavori in ospedale, non ci sono trapani e martelli pneumatici, è la macchina che emette questo rumore infernale. Vedo i numeri che scorrono a ritroso sopra la mia testa, come se fossero le tracce di un cd, magari uno dei Pansonic, o una compila del Duplé. Tra una e l’altra ci sono delle pause in cui io respiro, o almeno ci provo. Penso che sto per avere un attacco di panico, che devo muovere le gambe o diventerò pazza. C’è troppo rumore, troppo. I tappi non servono a un cazzo e quando uscirò sarà un casino parlarci, se divento sorda anch’io. E come ti ascolterò? Come? Io sento tutto, troppo, sempre. Tutto del mondo dentro e tutto di quello che sta lì, appena fuori dalle porte automatiche.

Si fottano, io ora suono il campanello e me ne vado. Il male al ginocchio poi ultimamente è quasi svanito, non mi serve una risonanza, non mi serve sapere che cosa c’era che non andava, non mi serve. No. Il mio ginocchio è comunque sprecato, che tanto nessuno lo accarezza quando mi siedo e lui mette il naso fuori dalla gonna. Sì, io vado via. Adesso.

Ma non suono. Forse è già sufficiente sapere che potrei farlo, come potrei fare un passo in più oltre quella porta. E poi un altro, e un altro. E poi ciao.
In fondo non è che c’è così tanto rumore qui. Alla fine, a pensarci un attimo, non ce n’è affatto. Si sta bene qui. Un mondo a parte.

Le parole nuove del giorno sono: cuore, delusione e coraggio.

“Cuore” è una specie rara di uccello esotico, dal piumaggio rosso fuoco e dal verso altrettanto chiassoso.
Esempio: “Ho comprato un cuore l’altro giorno, ma poi ho dovuto darlo via perché non mi faceva dormire la notte”.

“Delusione” è un tipo di ottica che di solito si usa per ottenere fotografie migliori in ambienti notturni.
Esempio: “La delusione che mi hai dato l’altra notte l’ho usata per fotografare il mio cuore, dopo che sei andato via”.

“Coraggio” è un particolare mangime per uccelli esotici, che…

“Stefania, ti eri addormentata? La risonanza è finita. Puoi rivestirti e andare.”

Ci si abitua a tutto.

Usciamo e tu ti stupisci di fronte alle piante che fioriscono. Cristo, ogni volta lo fai e io penso che è una delle cose più belle che ho visto e che forse mai vedrò in vita mia. E che mi ci abituerò quando i canini cadranno.

Sì.

Sì, infatti. Eh? Come dici? Ah ma figurati, tu sei così bella.
Dio, ma non è bellissima? Sì, sei proprio bellissima.
Piaci a tutti i miei amici.
Io vorrei invitarti a cena, ma poi a una come te cosa gli dico. Sei irraggiungibile.
Com’è questa maglietta? Lo chiedo a te che si vede che ne sai. Sìsì, chiedilo a lei, lei ne sa.
Quanti anni è che hai? No dai, non è possibile.
Ti leggo sempre, mi fai morire.
Scusa, volevo dirti, dio che meraviglia i tuoi capelli.
Sei una gran figa.
Bellissime scarpe.
Collo stupendo.
Ti ho vista e Parigi ha smesso di mancarmi per un attimo.

Stamattina mi sono svegliata con degli occhi grandissimi, scuri e profondi come le fauci di una bestia capaci di strapparvi la carne di dosso.
Qualcuno li ha visti? 
No, io credo proprio di no.

Ieri ho scoperto che alcuni pensano che io sia perfetta. Mai rivelazione fu così triste da lasciarmi senza parole.

Così stamattina sto guardando il duomo di Milano su google street view, che Milano mi ha mangiato l’anima più volte, ma di dire che fosse perfetta non se lo sarebbe mai sognato.

Questura di Milano

"Erano in due, commissario. 
Alti e scuri e inseparabili. Talvolta spietati e incalzanti come due pistoleri a cavallo, più spesso malinconici mano nella mano come i binari del tram. Non ricordo un giorno in cui non fossero uno a fianco all’altro.
Erano in due, commissario, sempre in due.

Vecchi compagni di scuola alcuni dicono, amici di una vita. Semplici conoscenti con routine quotidiane simili, sostengono altri: la stessa ora per un americano nello stesso bar preferito, lo stesso tram, lo stesso quartiere. Sarà, ma per me erano sognatori innamorati. Sangue, specchio e bastone l’uno dell’altro.
La tabaccaia del bar all’angolo con Via Sismondi non ne diceva granché bene, li guardava sempre con sospetto. Gente forestiera, sa commissario, sfaccendati perdigiorno che entrano per spendere pochi spicci a cui è meglio non dare confidenza.
I vicino di casa li incrociavano raramente, dicono. Ma a Milano, voglio dire, chi li ha mai visti i vicini. Io, per esempio, commissario, sostengo che, se durante la notte il mio palazzo fosse svuotato di tutti i condomini e venissero trasmessi in filodiffusione rumori di passi, sciacquoni, colpi di tosse, infanti lagnosi e porte che sbattono, ecco, io credo che potrei continuare a vivere tranquillamente la mia vita senza accorgermi di nulla. Sa, io forse sono poco socievole.

Mi scusi, sto divagando. Ma quei due invece lo erano, socievoli, dico. Certo, magari un pochino timidi e non di quelli sempre pronti ad attaccare bottone con tutti, è vero, ma li si vedeva spesso in giro. A curiosare naso all’insù nelle case con le finestre aperte di Lambrate, a consumarsi contro i cieli d’asfalto senza mai averne abbastanza, talvolta a saltellare di qui e di là senza una meta, memorizzando visi, negozi, angoli, luci, strade. No, strade no, che mi erano un po’ svampiti. Disorientati è la parola giusta, commissario.

Un giorno che mia madre venne a trovarmi, li vide passare anche lei. E disse che le sembravano tanto quei due matti del nostro paese, quelli che stavano sempre insieme e che, dopo che il manicomio fu chiuso, li si vedeva in giro, curvi e un pochino sporchi e un pochino contenti, sulle panchine del parco, inseparabili, uno zitto e l’altro pure.

C’è chi dice che sì, li vedeva sempre ma mai ci si abituava. Un po’ capisco cosa intendono. Che ti sembra sia una giornata uguale alle altre, non ci pensi, non ci fai caso, poi a un bel momento ti giri e stanno lì. E non li puoi più ignorare. Sono lì e non lo sai da quant’è che ci sono. Come Milano, che un giorno ti giri e ce l’hai lì e niente più sarà uguale. Scuri e liquorosi anche loro come lei, che ti sembra che se ci infili dentro una mano dio solo sa dove vai a finire. 
Ebbri.

In effetti, che quei due non si dessero un gran da fare per nascondere che gli piacesse bere, ad alcuni gliel’ho sentito dire. Lo bisbigliano in giro, incurvandosi appena come se anche loro si apprestassero a bere da una cannuccia che si arrampica su da un bancone, lasciando tra le labbra soltanto lo spazio di un buchino per soffiare fuori il venticello indiscreto, ma subito pronti a risucchiarlo indietro liscio liscio come uno spaghetto e a fare finta di niente.
Anche io commissario, se devo dirla tutta, li ho visti bere spesso. E anche ad orari poco consoni, ecco. Anzi, diciamo a qualsiasi ora del giorno e della notte. Un mio amico direbbe che quei due andavano tenuti bevuti. Erano fradici di spirito, di storie, di vento in faccia e di facce al vento.

Poi è successo che dopo un po’ non li ho visti più. Non so bene dirle quando sia successo di preciso. Vorrei poterle dire di più, commissario. Vorrei poterle dire che io non c’entro niente. Ma la verità è che non lo so. Ecco, le ho preparato anche una lista dei posti dove amavano andare più spesso.

Erano in due, alti scuri e inseparabili i miei occhi, la prego commissario, me li riporti.”

Fatto, letto, confermato e sottoscritto unitamente al denunziante.

mesmiling:

amtrak boston -> nyc sept. 2013

questa l’ha fatta m.di m. ne conosco tanti, ma quello che fa le foto belle è questo qui.alle teste mi ci appassiono, che mi sembrano tutte finestre sul mondo. musica che proviene da un’altra stanza. come in questa foto: da dove entra più luce? cos’è che potreste fissare per ore per tutto un intero viaggio?

mesmiling:

amtrak boston -> nyc sept. 2013

questa l’ha fatta m.
di m. ne conosco tanti, ma quello che fa le foto belle è questo qui.
alle teste mi ci appassiono, che mi sembrano tutte finestre sul mondo. musica che proviene da un’altra stanza. 
come in questa foto: da dove entra più luce? cos’è che potreste fissare per ore per tutto un intero viaggio?

perdere la testa su un regionale veloce.

una collinetta, anonima quanto un pesce rosso nell’oceano, sperduta in un paesaggio brullo abbozzato da un pittore svogliato.

il dorso di un gatto randagio, magro e avvezzo alle risse notturne.

la pancia ammuffita di una torta abbandonata sul tavolo in cucina, in una casa abitata da qualcuno che è fuggito via.

un pitaciò.

la lana di quella sciarpa orrenda che mi regalò quella cretina di cui chissà perché ero tanto amica quindici anni fa. così amica da farmi piacere jovanotti.

fili d’erba bruciati dal sole in un film in bianco e nero.

testoline arruffate e spelacchiate di volatili appena nati, tutte unite, becco all’insù, nel controllare il bollettino del traffico aereo delle madri che planano sui nidi cariche di cibo. su un comignolo. a belleville.

il culo di un piccione.

scoglio a strapiombo con vista su calzini bucati.

luogo in cui si consumano monologhi infervorati attorno al bricolage e a rapporti anali con studentesse minorenni.
di desolazione di slanci di affetto di chi ti regala un guanto da forno a natale.
di chi ti chiede se ti è piaciuto dopo.
di chi “smacchiamo il giaguaro” gli è sembrato una figata.
di camicia non stirata.
di camicia che tira su risate stantie chiuse a chiave in una pancia grassa da vent’anni almeno.

stazione di piacenza e l’incantesimo si rompe. perdo così il mio oggetto di studio e tutto ciò che vi è attaccato, un probabile impiegato sulla cinquantina con borsa piquadro si alza e scende dal treno.
la pallida stronza che divento quando non riesco più a scrivere si rimette a scrutare i campi e a contare i gatti usciti per andare a caccia.