Ieri ho scoperto che alcuni pensano che io sia perfetta. Mai rivelazione fu così triste da lasciarmi senza parole.

Così stamattina sto guardando il duomo di Milano su google street view, che Milano mi ha mangiato l’anima più volte, ma di dire che fosse perfetta non se lo sarebbe mai sognato.

Questura di Milano

"Erano in due, commissario. 
Alti e scuri e inseparabili. Talvolta spietati e incalzanti come due pistoleri a cavallo, più spesso malinconici mano nella mano come i binari del tram. Non ricordo un giorno in cui non fossero uno a fianco all’altro.
Erano in due, commissario, sempre in due.

Vecchi compagni di scuola alcuni dicono, amici di una vita. Semplici conoscenti con routine quotidiane simili, sostengono altri: la stessa ora per un americano nello stesso bar preferito, lo stesso tram, lo stesso quartiere. Sarà, ma per me erano sognatori innamorati. Sangue, specchio e bastone l’uno dell’altro.
La tabaccaia del bar all’angolo con Via Sismondi non ne diceva granché bene, li guardava sempre con sospetto. Gente forestiera, sa commissario, sfaccendati perdigiorno che entrano per spendere pochi spicci a cui è meglio non dare confidenza.
I vicino di casa li incrociavano raramente, dicono. Ma a Milano, voglio dire, chi li ha mai visti i vicini. Io, per esempio, commissario, sostengo che, se durante la notte il mio palazzo fosse svuotato di tutti i condomini e venissero trasmessi in filodiffusione rumori di passi, sciacquoni, colpi di tosse, infanti lagnosi e porte che sbattono, ecco, io credo che potrei continuare a vivere tranquillamente la mia vita senza accorgermi di nulla. Sa, io forse sono poco socievole.

Mi scusi, sto divagando. Ma quei due invece lo erano, socievoli, dico. Certo, magari un pochino timidi e non di quelli sempre pronti ad attaccare bottone con tutti, è vero, ma li si vedeva spesso in giro. A curiosare naso all’insù nelle case con le finestre aperte di Lambrate, a consumarsi contro i cieli d’asfalto senza mai averne abbastanza, talvolta a saltellare di qui e di là senza una meta, memorizzando visi, negozi, angoli, luci, strade. No, strade no, che mi erano un po’ svampiti. Disorientati è la parola giusta, commissario.

Un giorno che mia madre venne a trovarmi, li vide passare anche lei. E disse che le sembravano tanto quei due matti del nostro paese, quelli che stavano sempre insieme e che, dopo che il manicomio fu chiuso, li si vedeva in giro, curvi e un pochino sporchi e un pochino contenti, sulle panchine del parco, inseparabili, uno zitto e l’altro pure.

C’è chi dice che sì, li vedeva sempre ma mai ci si abituava. Un po’ capisco cosa intendono. Che ti sembra sia una giornata uguale alle altre, non ci pensi, non ci fai caso, poi a un bel momento ti giri e stanno lì. E non li puoi più ignorare. Sono lì e non lo sai da quant’è che ci sono. Come Milano, che un giorno ti giri e ce l’hai lì e niente più sarà uguale. Scuri e liquorosi anche loro come lei, che ti sembra che se ci infili dentro una mano dio solo sa dove vai a finire. 
Ebbri.

In effetti, che quei due non si dessero un gran da fare per nascondere che gli piacesse bere, ad alcuni gliel’ho sentito dire. Lo bisbigliano in giro, incurvandosi appena come se anche loro si apprestassero a bere da una cannuccia che si arrampica su da un bancone, lasciando tra le labbra soltanto lo spazio di un buchino per soffiare fuori il venticello indiscreto, ma subito pronti a risucchiarlo indietro liscio liscio come uno spaghetto e a fare finta di niente.
Anche io commissario, se devo dirla tutta, li ho visti bere spesso. E anche ad orari poco consoni, ecco. Anzi, diciamo a qualsiasi ora del giorno e della notte. Un mio amico direbbe che quei due andavano tenuti bevuti. Erano fradici di spirito, di storie, di vento in faccia e di facce al vento.

Poi è successo che dopo un po’ non li ho visti più. Non so bene dirle quando sia successo di preciso. Vorrei poterle dire di più, commissario. Vorrei poterle dire che io non c’entro niente. Ma la verità è che non lo so. Ecco, le ho preparato anche una lista dei posti dove amavano andare più spesso.

Erano in due, alti scuri e inseparabili i miei occhi, la prego commissario, me li riporti.”

Fatto, letto, confermato e sottoscritto unitamente al denunziante.

mesmiling:

amtrak boston -> nyc sept. 2013

questa l’ha fatta m.di m. ne conosco tanti, ma quello che fa le foto belle è questo qui.alle teste mi ci appassiono, che mi sembrano tutte finestre sul mondo. musica che proviene da un’altra stanza. come in questa foto: da dove entra più luce? cos’è che potreste fissare per ore per tutto un intero viaggio?

mesmiling:

amtrak boston -> nyc sept. 2013

questa l’ha fatta m.
di m. ne conosco tanti, ma quello che fa le foto belle è questo qui.
alle teste mi ci appassiono, che mi sembrano tutte finestre sul mondo. musica che proviene da un’altra stanza. 
come in questa foto: da dove entra più luce? cos’è che potreste fissare per ore per tutto un intero viaggio?

perdere la testa su un regionale veloce.

una collinetta, anonima quanto un pesce rosso nell’oceano, sperduta in un paesaggio brullo abbozzato da un pittore svogliato.

il dorso di un gatto randagio, magro e avvezzo alle risse notturne.

la pancia ammuffita di una torta abbandonata sul tavolo in cucina, in una casa abitata da qualcuno che è fuggito via.

un pitaciò.

la lana di quella sciarpa orrenda che mi regalò quella cretina di cui chissà perché ero tanto amica quindici anni fa. così amica da farmi piacere jovanotti.

fili d’erba bruciati dal sole in un film in bianco e nero.

testoline arruffate e spelacchiate di volatili appena nati, tutte unite, becco all’insù, nel controllare il bollettino del traffico aereo delle madri che planano sui nidi cariche di cibo. su un comignolo. a belleville.

il culo di un piccione.

scoglio a strapiombo con vista su calzini bucati.

luogo in cui si consumano monologhi infervorati attorno al bricolage e a rapporti anali con studentesse minorenni.
di desolazione di slanci di affetto di chi ti regala un guanto da forno a natale.
di chi ti chiede se ti è piaciuto dopo.
di chi “smacchiamo il giaguaro” gli è sembrato una figata.
di camicia non stirata.
di camicia che tira su risate stantie chiuse a chiave in una pancia grassa da vent’anni almeno.

stazione di piacenza e l’incantesimo si rompe. perdo così il mio oggetto di studio e tutto ciò che vi è attaccato, un probabile impiegato sulla cinquantina con borsa piquadro si alza e scende dal treno.
la pallida stronza che divento quando non riesco più a scrivere si rimette a scrutare i campi e a contare i gatti usciti per andare a caccia.

"se almen ti concedessero a noleggio prenoterei per non lasciarti più." (cit.)

tra una ripresa e l’altra, A. mi racconta elettrizzata che è in procinto di sposarsi con l’uomo dei suoi sogni. finalmente. lui fa la guardia del corpo per certi uomini importanti giù a Roma, un maschio vero, con le idee chiare e un fisico che… non finisce la frase, strizza un occhio e fa un palloncino con la big babol, che le inghiotte mezza faccia per un attimo. lei non vede l’ora di lasciare tutto e trasferirsi, anche se un pochino le dispiace, forse è per questo che non l’ha ancora detto a nessuno. il perché lo dica a una che conosce più o meno da un paio d’ore mentre fumiamo una sigaretta sedute in un angolino del club, rimane per me un mistero. fatta eccezione per i capelli platino, A. è tutta rosa. avvolta in un kimono rosa e con labbra fresche di carrozzeria laccate di gloss. rosa. pure la big babol. dopo aver dato uno sguardo alla ragazza che sta girando ora sul set mentre parliamo ed averla giudicata un po’ troppo finta, nonché davvero sciatta, ecco che mi scocca un bacio sulla guancia lasciandomela tutta appiccicosa e corre verso la luce. quella del make up, non che muore. penso che mi devo togliere da lì, vedere se c’è bisogno che dia una mano e levarmi dal raggio di visuale della scrivania del proprietario, che mi fissa come un obeso fisserebbe la vetrina di una pasticceria, sudando, e bagnandosi le labbra in continuazione. A. nel frattempo gira la sua scena in cui deve convincere il suo datore di lavoro a darle un aumento di stipendio. forse i pompini le riuscirebbero meglio senza quello strato di carta moschicida sulle labbra, che ora sono l’unica cosa coperta che le è rimasta, ma confidiamo tutti che ce la farà.

"t’ho viziata coccolata latte burro marmellata"

ho i piedi giù dal letto, dritti e perfettamente paralleli come i passeggeri di un pullman seduti su file opposte, che guardano avanti ignorandosi placidamente. la luce ci filtra sopra attraverso le persiane e le fa sembrare due posate d’argento con venature blu, messe lì da chi mi serve la vita su un tappetino ikea ogni mattina. quel tappetino lì che sicuro sicuro ce l’avete pure voi, un po’ come la vita, che ce l’abbiamo in sette miliardi, così dicono, e ci devi mettere dentro qualcosa, come nel piatto da portare in tavola. per questo quando uno è depresso dorme sempre, perché se non hai fame non hai nemmeno voglia di mettere i piedi giù dal letto.

la provincia è quel luogo in cui da qualche parte c’è sempre un soffritto sul fuoco, non importa quanto caldo faccia, e un prato da segare, non importa quanto presto sia la mattina, e l’odore dell’erba che sfrigola ti entra dalla finestra insieme a quello della cipolla tagliata. ah no, è il contrario. ma va bene uguale, che tutto tace quando fanno la voce grossa le cicale.
giù in cortile arpie a piede libero con messe in piega tenute su da mollettoni regalati da riviste di dieci anni fa, parlano del tempo. dei figli. dei fiori dei loro giardini sorvegliati da nani. di come poco prima l’hanno succhiato per bene al ragazzo che consegna la posta. no, quello no. magari. però delle puttane ne parlano. di quella che l’hanno vista con tizio invece secondo l’ultimo bollettino ai naviganti dovrebbe stare con caio, di quell’altra che dopo che le è morto il marito non fa che andare a ballare tutte le sere. e balla con gli uomini. ballare con gli attaccapanni in effetti è un po’ difficile.

ci sono giorni in cui vorrei spalmarmi la bocca di lucidalabbra rosa e nascondermi a fare pompini tra le loro ortensie frigide.

"teresa ti prego non scherzare col fucile"

come puttana sarei senza dubbio di provincia. c’è qualcosa di più ossessionato dalle puttane della provincia? 
ascolterei Fred Buscaglione nel tardo pomeriggio e avrei una pistola nel cassetto della biancheria intima. così, per darmi un tono.
sarei una puttana per gli uomini e anche per le donne, quelle amare soprattutto, che nessuno si apre con più eleganza di loro.
sarei una puttana che si prende i segreti e i desideri delle persone e se li custodisce quando loro non ce la fanno più a tenerli tutti. che a me spaventa che tutti abbiano sempre tante cose da dire. io a volte non ne ho affatto, chissà se è un bene o un male.

sarei una puttana che s’innamora. e dal mio uomo vorrei soltanto la mano destra sulla fica e la sinistra sulla fronte, per farmi la sera sul viso quando il sole brucia troppo.

"ma in fondo resti sempre una bambina che non conosce il dolce gioco dell’amor"

 

esprimi un desiderio

la notte di San Lorenzo tu portami alla stazione di Lambrate, in alto, a vedere le finestre accese dei palazzi che barcollano sbronzi con la testa che sgocciola sui binari. che lì ci sono caduti gli dei e hanno preso colore e odore e non si stanno rialzando più.
giganteschi alveari di ex-voto, appesi a un cielo che pare sputato fuori dai finestrini dei treni che passano di lì. perché chi non c’ha più preghiere, chi non c’ha più chiese santi madonne dei e porcoddii ci attacca sè stesso al muro.
io mi guarderò i pollici che ho preso da mio padre e penserò che sul naso ho delle lentiggini che non era previsto avessi, rubate a qualche dio distratto.
tu non dirmi niente se vuoi. che tanto non parliamo la stessa lingua. e comunque io non fiato da un pezzo.